DMN
Progetto realizzato nel 2020
durante la residenza artistica presso
la Tuscan House of Photography

 
 
 
 
 

“Quello che conta è che la percezione dell’esterno da noi, cioè del nostro contesto, non può più essere considerata ne unica ne univoca. Una certa parte dell’arte contemporanea ha rilevato questo mutamento radicale, inaugurando una riflessione profonda sull’idea che lo sguardo può essere un fattore concreto di modifica del contesto, tanto quanto le strutture costruttive materiali, come l’architettura e l’urbanistica.”

Paesaggi attivi. Saggio contro la contemplazione, Viviana Gravano

DMN_ Default mode network indica la funzione di riposo del cervello attiva anche quando si hanno pensieri non rivolti a compiti definiti, ma piuttosto rivolti al passato, alle esperienze e ai ricordi.

Passeggiare, perdersi e camminare non sono solo gesti automatici quotidiani ma tecniche del corpo socializzate che abbiamo interiorizzato. Sfuggendo dai paradossi di tale analisi ci possiamo soffermare sull’aspetto meno antropologico e più sociologico di questa prassi : L’atto del perdersi nei pensieri, del non essere concentrati su alcuna specifica attività, l’anti produttività capitalistica che si esemplifica con il perdere tempo, nell’ essere non funzionale a un qualcosa. Insieme a questo vagare sospesi si unisce un’altra osservazione che riguarda invece la visione e l’osservazione di ciò che si ha intorno mentre si cammina. A differenza dell’azione intesa in senso produttivo che è assente, la visione invece si fa attiva trasformando il paesaggio da contemplativo a mutevole e alterabile.

Ho pensato che questa premessa potesse essere d’aiuto per entrare nella forma di idee del processo del progetto di Marina Arienzale. In questo caso gli scatti che compongono il progetto appunto intitolato DMN diventano proprio il risultato di questa sospensione del pensiero attivo per raggiungere una visione più profonda della realtà percepita.

Siamo ormai perfettamente consapevoli del fatto che ogni spazio più o meno architettonicamente delimitato non sia mai uno spazio neutro ma possieda sempre delle connotazioni inesplicitate. Prendiamo come esempio i casi estremi delle architetture ostili nei contesti urbani dove il controllo si reticolizza su più piani e si articola secondo il principio del decoro. Quello che accomuna questi dispositivi urbanistici e architettonici con le fotografie di Marina Arienzale è il concetto di privazione. Prima di tutto la privazione dello sguardo, la veduta che viene ostacolata, impedita ed esclusivizzata. L’artista camminando cerca di fotografare il paesaggio circostante realizzando che molte di quelle vedute paesaggistiche le sono precluse per la presenza di abitazioni private o giardini.

In secondo luogo questa privazione si fa pretesto per un capovolgimento semantico e diventa appunto occasione di stravolgimento della prospettiva.

L’artista sceglie di dialogare con le persone che vivono tali abitazioni e che in qualche modo hanno l’esclusiva su quella porzione di paesaggio chiedendo loro di poter fotografare le loro vedute. Si crea così un meta paesaggio dell’invisibile, come una cartina alternativa in cui si mostra quello che non è accessibile allo sguardo. Le foto comprendono non solo paesaggi, ma anche piccoli dettagli, porzioni di vita privata racchiuse fra quelle mura. La soglia tra privato e pubblico é varcata in modo delicato, mai invasivo o giudicante e rimane una soglia dai confini porosi in cui superando lo spazio pubblico si giunge in uno spazio ibrido il cui il confine si fonde con la storia intima e con il paesaggio naturale.

I livelli di percezione di questa narrazione alternativa si complicano quando si nota che sono proprio i due lati paralleli di una valle a vedersi tra loro chiudendo la vista al resto come un ponte visivo fra le due pendici di cui la prospettiva è capace architetto.

I paesaggi nascosti sono la metafora attiva di ciò che si può raggiungere con il pensiero libero, critico e indipendente in cui la metamorfosi visiva che si mette in atto non edulcora la vista, ma la rende così partecipe ai processi immaginativi.


Francesca Biagini

“What matters is that an external perception from us and our context cannot be considered unique or unambiguous. A part of contemporary art noticed this radical change, introducing a deep reflection on the idea that the gaze can become a concrete factor for the transformation of the context, exactly as material constructive structures, such as architecture and city planning”.

The DMN_Default mode network refers to the activity of the resting brain, which is active even when we don’t have specific thoughts directed to specific tasks, but rather directed to experiences from the past and memories. Walking, getting lost and wandering are not only automatic daily gestures but rather body socialized techniques which we internalized. By taking a step back from the paradoxes generated by this analysis, we could focus on the more sociological (and less anthropological) feature of this praxis: the act of getting lost in our thoughts, not being focused on a single activity, the anticapitalistic productivity, embodied by the idea of wasting time and not being functional to something.

Together with this notions of mind-wandering and daydreaming we might associate another observation, which takes into consideration the visions and observations of what surrounds us while we walk. Differently from an absent productive action, our vision becomes active transforming the landscape from a contemplative status into an unstable and alterable one.

I thought this premise might have been helpful in order to get into the creative process of Marina Arienzale’s project. All the shots part of the project (entitled DMN) become the outcome of this suspension of an active thought, delving into a deeper vision of the perceived reality.

We are aware of the fact that every space, architecturally delimited, while not representing a neutral space, always features intrinsic connotations. Let’s take as an extreme example hostile architectures in the urban contexts, where control move on several layers and follows an ornamental structure. What these architectural devices share in Arienzale’s photo is the concept of privation.

First of all we can talk about a gaze privation: the sight is prevented, obstructed and made exclusive. While walking, the artists takes pictures of the surrounding landscape, realizing that many views are denied, because of the presence of private houses and gardens.

Secondly, this privation becomes occasion for a semantic inversion, becoming an opportunity for a perspective twist. The artist decides to talk with the persons who live in those houses, asking them to photograph their views. What comes out is a meta-landscape of the invisible, an alternate map in which what is shown is what is not accesible to the gaze.

The photos gather not only landscape, but also tiny details, private portions of life enclosed in those walls. The treshold between private and public is crossed with delicacy; never invasive or judgemental, the artist actions reach an hybrid space in which intimate stories and natural landscape melt. The perception layers of this alternate narration gets tricky when we notice that are the two parallel sides of a valley facing each other and closing the view to the rest, as a visual bridge between two slopes, in which the perpsective becomes a gifted architect.

The hidden landscapes are the active metaphor of what we can reach with a free, critical and indipendent thought, in which the visual transformation does not sweeten the gaze, but it makes it part of imaginative processes.

Francesca Biagini

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